Nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 ottobre il Governo israeliano ha abbordato in acque internazionali le barche umanitarie della Freedom Flotilla, che hanno cercato di portare aiuti alla popolazione stremata di Gaza dopo il tentativo della Global Sumud Flotilla, anch’essa fermata da Israele in attuazione del blocco navale istituito nelle acque antistanti la Striscia.
In entrambi i casi, tuttavia, lo Stato israeliano ha agito in flagrante violazione del diritto internazionale sotto molteplici profili.
Ad essere illegittimo innanzitutto è il blocco navale stesso: come ribadito dalla Corte Internazionale di Giustizia (International Court of Justice, Legal Consequences arising from the Policies of Israel in the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, Avisory Opinion, 19 July 2024), osta ai principi di diritto internazionale l’occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele; di conseguenza, tale Stato non può reclamare per sé l’esercizio di alcuna autorità sopra le acque territoriali palestinesi, e questo a prescindere dal riconoscimento o meno dello Stato palestinese, atto che nel diritto internazionale si configura come meramente ricognitivo, e non presupposto, dell’esistenza di uno Stato.
In secondo luogo, il blocco navale israeliano è illegittimo per violazione di quella branca giuridica rappresentata dal diritto internazionale umanitario: impedendo l’arrivo di aiuti umanitari a Gaza, infatti, Israele sta apertamente violando gli obblighi ad esso imposto dal sistema delle Convenzioni di Ginevra, e segnatamente gli articoli 23 e 55 della Quarta.
Infine, la scelta dell’Esercito israeliano di attaccare e dirottare navi civili umanitarie come quelle della Flotilla in acque internazionali viola la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), nota anche come Convenzione di Montego Bay, nella parte in cui riconosce, quale corollario della libertà dell’alto mare, la libertà di navigazione (articolo 87, comma 1, lettera a), esclude l’esercizio di poteri sovrani sull’alto mare (articolo 89) e garantisce ad ogni Stato il diritto di far navigare navi battenti la sua bandiera (articolo 90).
Insomma, con la sua condotta Israele sta violando contemporaneamente il diritto internazionale umanitario, il diritto internazionale sulla navigazione e la sovranità territoriale palestinese.
E l’Italia? Al netto delle dichiarazioni di alcuni Ministri, il nostro Stato, così come tutti gli altri, non può fare finta di nulla, come se le tematiche sollevate non gli competessero; anzi, secondo la Corte Internazionale di Giustizia grava, su ogni Stato, l’obbligo di non riconoscere alcuna conseguenza giuridica all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, comprese le acque antistanti Gaza, proprio in ragione dell’illegittimità di tale occupazione.Inoltre, il Governo italiano, scegliendo di non tutelare fino in fondo l’incolumità delle barche della Flotilla battenti bandiera italiana, rischia di esporre il nostro Stato ad illecito internazionale per violazione dell’articolo 94, comma 3, dell’UNCLOS, che impone di adottare tutte le misure necessarie a salvaguardare la sicurezza in acque internazionali delle navi battenti la propria bandiera, e in particolare le lettere a e c, con riguardo alla navigabilità e alla prevenzione di abbordi.
Riflessione conclusiva: il Ministro degli Esteri Tajani ha affermato che il diritto internazionale conta “fino ad un certo punto”. Questa affermazione è l’emblematica espressione dell’enorme difetto del diritto internazionale: la mancanza di reale cogenza ed effettività, essendo il suo rispetto rimesso, da ultimo, alla buona predisposizione degli Stati.
Ma allora, logicamente, è vero il contrario: il diritto internazionale esiste nella misura in cui gli Stati lo considerano tale e lo rispettano. Spetta ad ogni Stato impegnarsi affinché il diritto internazionale trovi piena attuazione, a garanzia in primis dei propri cittadini, per questo le parole pronunciate da un Ministro della Repubblica italiana, titolare per di più delle relazioni estere, suonano gravi, come una fuga dalle proprie responsabilità.